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Clochard morto al Grassi condannati medici e infermieri

Si è concluso il processo sul senzatetto deceduto all’ospedale nel 2005. Dottori accusati di concorso in falso ideologico e materiale. Quattro le assoluzioni.

Con quattro condanne e quattro assoluzioni si è concluso il processo per la morte di Bogdan May, il 40enne clochard deceduto all’ospedale Grassi di Ostia dove era stato trasportato con un’ambulanza il 26 ottobre del 2005. In particolare il giudice monocratico di Ostia ha condannato a due anni e mezzo di reclusione il medico Alberto Matcovich, e a due anni ciascuno gli altri due medici Francesca Mileto e Filippo De Pasquale: per tutti l’accusa era di concorso in falso ideologico e materiale, per aver attestato nella cartella clinica riferita per errore a May ma in realtà di altro paziente, circostanze non corrispondenti al vero. Due anni sono stati inflitti all’infermiera Simonetta Pepe, che rispondeva di omicidio colposo. Sono stati invece assolti (anche a loro era contestato l’omicidio colposo) l’agente in servizio presso il posto di polizia, Stella Elisa Russo, gli infermieri Tiziana Andreoli, Roberto Sansone e la dottoressa Anita Morganti (assistita dall’avvocato Stefano Aterno). L’Asl, rappresentata dall’avvocato Mario Antonio Angelelli, era l’unica parte civile costituita per “danni da cattiva stampa”: gli imputati condannati dovranno anche versare, a titolo di risarcimento danni, una provvisionale che va dai 5 ai 10mila euro.

Secondo l’originaria imputazione del pm Tiziana Cugini, Pepe e Andreoli, “addette al servizio Triage del pronto soccorso del Grassi, con turno 14-21, dopo aver accolto alle 16 circa del 26 ottobre 2005 il paziente giunto in ambulanza in codice verde e avergli assegnato quello bianco, senza alcuna verifica dei parametri vitali dello stesso (pressione e temperatura), posizionandolo su una barella all’interno della cosiddetta camera calda e omettendo completamente ogni vigilanza e cura, nonostante fosse barellato, straniero (con difficoltà nell’espressione di lingua italiana) e non ‘collaborante’, contravvenivano al preciso obbligo di monitorare le condizioni cliniche di May, affidato alle loro cure in attesa della chiamata in visita del personale medico”. Le due non avrebbero rispettato, inoltre, “l’obbligo di verificare periodicamente la congruità del codice” e non avrebbero “cercato il paziente in barella al momento della chiamata da parte del medico di turno alla sala visite, la dottoressa Morganti”. Quest’ultima, per il pm, avrebbe chiuso “la cartella clinica riferita al paziente ‘ignoto 2006’, alias Bogdan May, con la voce ‘assente alla chiamata’, senza aver verificato che fossero state effettuate indagini per rintracciarlo”.

Quanto all’infermiere Sansone e all’agente Russo, che lavorava presso il posto di polizia dell’ospedale di Ostia, “con ufficio nelle immediate adiacenze alla cosiddetta ‘camera calda’ del pronto soccorso”, avrebbero preso “la barella con il paziente coricato per spostarla all’esterno, dove rimaneva tutta la notte fino al decesso constatato la mattina successiva”. In questo modo, tutti e cinque avrebbero concorso “a determinare la morte” del barbone al quale “non veniva effettuata alcuna visita nè diagnosticata e curata la patologia in atto, ‘una grave broncopolmonite'” che causò il decesso avvenuto per insufficienza cardiorespiratoria di origine settica. Il falso, infine, era contestato ai medici Mileto, De Pasquale e Matcovich per aver “attestato falsamente nella cartella clinica per errore riferita a May, ma in realtà di altro paziente identificato in cartella come ‘ignoto 2007’, che aveva fatto ingresso nel pronto soccorso dello stesso ospedale alle 21 del 26 ottobre 2005, “che il paziente si ripresenta e accusa violenta dispnea; all’improvviso, sotto la nostra osservazione alle 10.50 non ha polso e pressione, si pratica rianimazione per venti minuti e si sospende constatando il decesso alle 11,15, nonché di aver praticato allo stesso diverse pratiche rianimatorie”. I tre avrebbero anche dichiarato contrariamente al vero che l’uomo era “deceduto in ps”.

Fonte notizia La Repubblica

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