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Ostia : Ostia, processo d’appello bis: “Il clan Fasciani è un’organizzazione mafiosa”. Pene complessive per 160 anni di carcere


Ora lo ha confermato anche il giudizio d’appello: il clan dei Fasciani di Ostia è un’organizzazione mafiosa. Dopo tre ore di camera di consiglio, la terza Corte d’appello di Roma ha pronunciato 13 condanne per pene che superano complessivamente i 160 anni di carcere per reati di droga, interposizione fittizia, usura ed estorsioni. Ventisette anni e mezzo di reclusione i giudici hanno inflitto al patriarca Carmine Fasciani, 11 anni e 4 mesi alla figlia Sabrina, 6 anni e dieci mesi alla figlia Azzurra, 12 anni e 5 mesi alla moglie Silvia Franca Bartoli. Il processo era tornato in appello dopo che la Cassazione aveva ordinato di svolgere un nuovo dibattimento per valutare l’esistenza dell’aggravante di mafia che in secondo grado era caduta. Il 31 ottobre il procuratore generale Giancarlo Amato aveva chiesto condanne per quasi 177 anni.

Complicata la vicenda processuale che ha visto alla sbarra il potente clan che da decenni controlla il litorale di Roma. Il processo di primo grado si era concluso il 30 gennaio 2015 con pesanti condanne, in totale oltre 200 anni di carcere. In appello, poi, il 13 giugno 2016, cadde l’accusa di associazione e l’aggravante della modalità mafiosa e per dieci imputati le condanne furono più lievi: in primo grado condannato a 28 anni, Carmine Fasciani si era visto ridurre la pena a 10 anni, mentre sua moglie Silvia Bartoli era passata da 16 anni a 6 anni e mezzo.

Il 26 ottobre 2017 era arrivata la decisione della Corte di Cassazione che, ritenendo “processualmente acquisito che la famiglia Fasciani ha costituito un’associazione per delinquere di tipo mafioso con a capo Carmine Fasciani”, ha ordinato di rifare il processo d’appello al fine di riprendere in considerazione l’accusa di mafia, con le relative aggravanti, anche per il narcotraffico.

Quel giorno il sostituto procuratore generale Pietro Gaeta nella sua requisitoria aveva criticato l’impianto della sentenza di secondo grado, accusandola di “compiere un suicidio logico perché c’è scollamento totale tra le premesse probatorie accertate, i risultati accertati e una motivazione che invece va in rotta di collisione non solo con le premesse sulle quali si fonda ma anche con altre sentenze passate in giudicato e relative agli stessi fatti”. Gaeta aveva inoltre messo in evidenza che il verdetto dell’appello che aveva escluso la mafiosità dei Fasciani, e ridotto notevolmente le pene, “e’ in contrasto con sentenze definitive e questo viola il principio dell’omogeneita’ dei giudicati che e’ un caposaldo nel rafforzare la certezza dei cittadini nella giustizia”.

Ad avviso di Gaeta, inoltre, le motivazioni della sentenza d’appello lasciavano “dolorosamente perplessi” anche perché ci si trovava davanti “a una serie impressionante di atti intimidatori”.
“La giornalista Federica Angeli vive sotto scorta da più di quattro anni, e lo dico a chi sostiene che a Ostia non esiste la mafia!”, era sbottato il Pg facendo riferimento alle minacce dei Fasciani alla cronista de La Repubblica che con le sue inchieste ha portato a galla la ‘Piovra’ che avvolge il litorale romano.

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